La disponibilità limitata di vaccini commerciali lascia importanti lacune nella prevenzione delle malattie nell’acquacoltura europea. Il problema è particolarmente rilevante per le specie con volumi produttivi ridotti, le nuove varianti di patogeni o i focolai concentrati in aree specifiche, poiché lo sviluppo di un vaccino commerciale può risultare economicamente non sostenibile o richiedere tempi eccessivamente lunghi.
In queste situazioni, i vaccini stabulogeni, definiti vaccini autogeni nella normativa e nella documentazione europea, prodotti a partire da microorganismi isolati in un determinato allevamento o contesto epidemiologico, consentono di adattare la prevenzione al rischio esistente.
La loro produzione e il loro utilizzo sono tuttavia condizionati da normative e interpretazioni nazionali che non sempre tengono conto di come sono organizzate gli allevamenti acquicoli né di come le malattie si diffondono attraverso l’acqua, lo spostamento dei pesci o i collegamenti tra gli impianti.
Pero questo motivo, il Consiglio consultivo per l’acquacoltura dell’Unione Europea (AAC, dall’inglese Aquaculture Advisory Council) chiede alla Commissione europea un quadro specifico per i vaccini stabulogeni.
Le sue raccomandazioni mirano a favorire risposte più rapide e flessibili, adattando i tempi di produzione, i volumi e i metodi di fabbricazione alle esigenze sanitarie e produttive dell’acquacoltura.
Una delle principali proposte consiste nel consentire la prescrizione e l’impiego di questi vaccini a livello regionale o di area epidemiologica, anziché limitarli a un singolo allevamento.
Questa possibilità potrebbe essere estesa anche tra Stati membri quando esista un collegamento epidemiologico dimostrato. In acquacoltura, tale relazione può dipendere dalla condivisione di un bacino idrografico, dalle correnti marine, dalla circolazione dell’acqua o dal trasferimento degli animali, e non soltanto dalla distanza tra gli impianti.
L’AAC segnala inoltre una contraddizione sul piano preventivo: quando un vaccino stabulogeno controlla efficacemente una malattia per anni, l’assenza di focolai recenti può far sì che l’isolato utilizzato venga considerato troppo vecchio.
L’allevamento può quindi incontrare difficoltà nel proseguire la vaccinazione ed essere costretto, di fatto, ad attendere un nuovo focolaio. Ulteriori ostacoli emergono quando esiste un vaccino commerciale autorizzato, ma non aggiornato rispetto alle varianti che circolano in una determinata area.
Queste limitazioni assumono particolare rilievo per le malattie localizzate o per le specie con mercati di dimensione ridotte, per le quali sviluppare un vaccino commerciale può risultare economicamente insostenibile o richiedere tempi troppo lunghi.
Oltre a prevenire mortalità e costi sanitari, l’impiego dei vaccini stabulogeni insieme alle misure di biosicurezza può ridurre la necessità di antibiotici e contribuire al contrasto dell’antimicrobico-resistenza.
Tra le sue raccomandazioni, l’AAC chiede di autorizzare vaccini stabulogeni multivalenti o contenenti adiuvanti quando ciò sia giustificato dalla diagnosi, di adattarne la produzione alle specificità produttive dell’acquacoltura e di migliorare il coordinamento tra autorità nazionali.
Non si tratta ancora di una riforma legislativa avviata dalla Commissione europea, ma di una raccomandazione volta a passare da un sistema incentrato sul singolo allevamento a uno basato sul rischio e sugli effettivi collegamenti epidemiologici.

