Il primo rapporto sciale dello Scientific, Technical and Economic Committee for Fisheries (STECF) solleva una questione che va oltre le statistiche sull’occupazione: può crescere l’acquacoltura europea se l’Unione Europea non dispone ancora di un quadro chiaro della sua base lavorativa, delle competenze necessarie e del ricambio generazionale?
Per anni, il dibattito europeo sull’acquacoltura si è concentrato soprattutto sulla produzione. Al settore è stato chiesto di crescere, ridurre la dipendenza dalle importazioni, rafforzare la sicurezza alimentare e contribuire all’economia blu, rispettando al tempo stesso requisiti ambientali, autorizzativi e di benessere animale sempre più esigenti.
È rimasta invece meno visibile la questione del lavoro che sostiene questa ambizione.
Chi lavorerà nell’acquacoltura europea? Di quali competenze avranno bisogno gli allevamenti? Il settore è in grado di attrarre lavoratori giovani? Quanto dipende ancora da piccole imprese familiari? E quale ruolo hanno le donne nelle aziende e nella proprietà?
Il nuovo Annual Social Report elaborato dallo STECF e dal Centro comune di ricerca della Commissione Europea non risponde ancora pienamente a queste domande. Ma rende evidente un punto: se l’Europa vuole più acquacoltura, i dati sociali dovranno entrare nella strategia di crescita del settore.
L’acquacoltura è già un datore di lavoro rilevante nell’economia ittica europea. Le stime settoriali utilizzate nel rapporto indicano circa 67.962 occupati, pari al 23% dei posti di lavoro complessivi tra pesca, acquacoltura e trasformazione. Tuttavia, la chiamata sociale del Data Collection Framework registra 53.001 persone impiegate nell’acquacoltura dell’EU nel 2023.
Questa differenza non è solo un dettaglio tecnico. Rivela un problema strutturale per le politiche pubbliche.
L’Europa può descrivere con relativa precisione la produzione, il valore e i flussi commerciali dell’acquacoltura, ma fatica ancora a misurare con la stessa solidità le persone che sostengono il settore.
Il lavoro non è una variabile secondaria
Nell’allevamento di pesci marini, la crescita richiede tecnici, responsabili di impianto, specialisti di salute animale, personale per alimentazione e monitoraggio, squadre di manutenzione e profili capaci di lavorare con sistemi più automatizzati. Nelle avannotterie, il livello di specializzazione è ancora più elevato.
Nel settore dei molluschi e nell’acquacoltura continentale tradizionale, la sfida è diversa, ma non meno importante. Si tratta spesso di attività più intensive in termini di lavoro e fortemente legate alle comunità locali, alle imprese familiari e all’identità territoriale. Il loro valore sociale può essere superiore a quanto mostrano i soli volumi produttivi.
Il tema riguarda direttamente l’Italia. Insieme a Spagna, Francia e Grecia, concentra il 64% della produzione acquicola dell’Unione Europea. Questi Paesi non sono solo poli produttivi: saranno anche i territori in cui diventeranno più evidenti le sfide future legate a occupazione, competenze, investimenti, autorizzazioni e successione aziendale.
Nell’acquacoltura mediterranea, la questione del lavoro è direttamente legata alla competitività. I produttori di orata e spigola operano già in mercati segnati da pressione sui prezzi, importazioni, regolazione, rischi biologici e aumento dei costi.
Senza lavoratori qualificati, sarà più difficile gestire efficienza alimentare, salute dei pesci, benessere animale, sistemi digitali e conformità ambientale.
Le donne rappresentano il 24% dell’occupazione nell’acquacoltura, una quota superiore a quella della pesca estrattiva. Ma la questione più rilevante è dove si collocano all’interno del settore. Se restano sottorappresentate nella proprietà e nei processi decisionali, l’acquacoltura rischia di non utilizzare pienamente una parte del proprio potenziale di rinnovamento.
Lo stesso vale per i lavoratori più giovani. Con il 57% degli occupati tra i 40 e i 64 anni, il settore non mostra una crisi demografica immediata, ma non può ignorare il problema del ricambio generazionale.
Finora, la politica acquicola europea ha misurato l’ambizione in tonnellate, autorizzati, sostenibilità ambientale e quote di mercato. Sono indicatori essenziali, ma non sufficienti.
Un settore può avere siti, licenze e piani di investimento, e trovarsi comunque davanti a un collo di bottiglia se non dispone di lavoratori formati, condizioni professionali attrattive, percorsi di carriera chiari e continuità imprenditoriale.
Il valore del rapporto STECF è aprire questa discussione. Il suo limite è altrettanto evidente: l’acquacoltura viene ancora descritta più che analizzata. Le prossime edizioni dovranno approfondire le strutture occupazionali, le competenze, le fasce d’età, la proprietà e le differenze tra sistemi produttivi.
La domanda strategica non è più soltanto quanta acquacoltura vuole l’Europa, ma chi la costruirà, la gestirà e la sosterrà.

