Una guida della Commissione Europea sulla sostituzione degli ingredienti marini di origine ittica con ingredienti algali conclude che il rimpiazzo può essere tecnicamente possibile in alcuni scenari. Tuttavia, nel breve e medio periodo, la via più realistica sarà parziale, graduale e combinata con altri ingredienti alternativi e sottoprodotti della pesca o dell’acquacoltura.
Il rapporto Replacing fish-based feed with algae-based feed in aquaculture propone come primo obiettivo che almeno il 25% di EPA e DHA nei mangimi per acquacoltura provenga da fonti non derivate dal pesce. La questione centrale non è tanto la percentuale di alghe inserita nella formula, ma la sostituzione funzionale degli omega-3 marini oggi forniti dall’olio di pesce.
La clave no está tanto en cuánto alga entra en el pienso, sino en qué parte del EPA y DHA de origen pesquero puede sustituirse sin comprometer rendimiento, calidad ni coste.
L’1% di olio algale non equivale all’1% di olio di pesce
Questa distinzione è fondamentale. L’1% di olio di microalghe non equivale necessariamente all’1% di olio di pesce. Avendo concentrazioni più elevate di EPA e DHA, l’olio algale può fornire lo stesso valore nutrizionale con un volume di inclusione inferiore.
Ad esempio, un mangime contenente 12% di olio di pesce potrebbe essere riformulato con 9% di olio di pesce e circa 2% di olio di microalghe per ottenere una sostituzione del 25% di EPA e DHA. Con oli algali più concentrati, il livello di inclusione potrebbe scendere all’1,5% o meno.
Per questo motivo, l’olio di microalghe non dovrebbe essere valutato solo in base alla percentuale di inclusione nella formula, ma anche per la sua densità nutrizionale, per l’apporto stabile di EPA e DHA e per la capacità di ridurre la dipendenza dai pesci foraggio.
In termini di inclusione totale, la Commissione Europea considera tecnicamente praticabili intervalli del 10-15% di ingredienti algali nei mangimi per salmone e trota, e del 20-25% nei mangimi per branzino e orata.
Questi livelli, tuttavia, non significano che tutti i mangimi commerciali possano adottarli immediatamente. La fattibilità dipenderà dalla specie, dalla fase di allevamento, dal prezzo dell’ingrediente, dalla disponibilità industriale, dal profilo nutrizionale di ciascuna microalga e dall’obiettivo specifico della formulazione.
Non tutte le microalghe svolgono la stessa funzione. Schizochytrium sp si distingue come fonte di DHA; Nannochloropsis oceanica ocme fonte di EPA e proteina; e Chlorella sp per il suo potenziale proteico. Di conseguenza, le alghe dovrebbero essere interpretate meno come una sostituzione diretta della farina o dell’olio di pesce, e più come uno strumento di formulazione per regolare omega-3, proteina, funzionalità, costo e sostenibilità.
Le microalghe non sono un ingrediente unico, ma una famiglia di materie prime con funzioni diverse: alcune apportano DHA; altre, EPA, proteina; e altre, composti funzionali.
Olio algale e farina di alghe non sono allo stesso livello di maturità
Nel caso dell’olio di microalghe, l’inserimento nei mangimi è più diretto. Le microalghe sono l’origine primaria degli omega-3 marini nella catena trofica, quindi utilizzare olio algale permette di fornire EPA e DHA dalla fonte originaria, riducendo la dipendenza dai pesci foraggio.
La sostituzione della farina di pesce con biomassa algale, invece, è più complessa. Secondo il rapporto, gli esperti dell’industria ritengono possibile raggiungere nei prossimi cinque anni un livello di inclusione di circa 3% di farina di alghe nei mangimi per acquacoltura. Tuttavia, non si prevede che la farina di alghe diventi nel breve periodo il principale sostituto della farina di pesce.
Il suo ruolo più probabile sarà quello di ingrediente funzionale, capace di apportare composti bioattivi, pigmenti, beta-glucani e potenziali benefici per la salute e la qualità del pesce.
Olio di microalghe e farina di microalghe non si trovano quindi allo stesso grado di maturità commerciale. L’olio algale ha già applicazioni industriali consolidate, mentre la biomassa algale come ingrediente proteico deve ancora avanzare in termini di processamento, digeribilità, costo e disponibilità.
La digeribilità dipende del processamento
La digeribilità è un altro fattore critico. Alcune microalghe presentano profili di proteine e amminoacidi comparabili a quelli degli ingredienti convenzionali, ma il loro utilizzo dipende dal processamento. Specie con pareti cellulari resistenti, come Chlorella o Nannochloropsis, possono richiedete rottura cellulare o altri trattamenti per migliorare la disponibilità dei nutrienti.
Parlare di inclusione senza parlare di processamento può portare a conclusioni fuorvianti. La stessa microalga può avere un valore nutrizionale diverso a seconda che venga utilizzata intera, idrolizzata, sgrassata, concentrata o sottoposta a rottura cellulare.
Nel caso delle macroalghe, l’approccio deve essere ancora più prudente. Il rapporto segnala che possono avere effetti negativi sulla crescita e sull’indice di conversione alimentare quando vengono usate come sostituti principali, anche se a bassi livelli, normalmente inferiori al 10%, possono agire come ingredienti funzionali, stimolanti dell’alimentazione o fondi di composti di interesse.
Il limite finale è produttivo ed economico
Per il produttore, la vera domanda non è se il mangime contiene alghe, ma se mantiene le performance.
Secondo la Commissione Europea, le formulazioni contenenti ingredienti algali possono raggiungere risultati comparabili ai mangimi convenzionali in termini di crescita e conversione alimentare, oltre a migliorare la qualità del pesce e ridurre l’esposizione a contaminanti come diossine e PCB.
Il limite resta economico. L’olio di microalghe è ancora più costoso in molte formulazioni, anche se offre stabilità, tracciabilità e una minore dipendenza dalle fluttuazioni delle catture.
In un mercato in cui il mangime è uno dei principali costi di produzione, qualsiasi aumento deve essere giustificato da performance, valore nutrizionale, differenziazione commerciale o riduzione del rischio.
La conclusione pratica è che i livelli reali di inclusione devono essere valutati su tre piani: nutrizionale, per sostituire parte dell’EPA e DHA di origine ittica; funzionale, per l’apporto di composti legati a salute, pigmentazione o qualità; ed economico, per capire se la formula può essere scalata in condizioni commerciali.
Per l’acquacoltura mediterranea, il rapporto apre un’opportunità, ma anche un avvertimento. Branzino e orata potrebbero tollerare livelli elevati di ingredienti algali dal punto di vista tecnico, ma l’adozione dipenderà dalla capacità di evitare che il costo aggravi ulteriormente margini già sotto pressione per la concorrenza internazionale e il prezzo dei mangimi.
La domanda, quindi, non è più s ele microalghe possano entrare nei mangimi per acquacoltura, ma in quale percentuale, con quale specie, per quale funzione nutrizionale e con quale ritorno per l’allevamento.

