Il mercato italiano sta mostrando una crescente propensione verso i prodotti di acquacoltura, ma la produzione nazionale non sta seguendo la stessa direzione. Nel 2025 gli acquisti domestici di prodotto allevato sono aumentati del 3,6% in volume, oltre cinque volte il +0,7% registrato dall’insieme dei prodotti ittici. Gli acquisti di prodotto pescato sono invece diminuiti dell’1,8%.
La tendenza emerge dall’Annuario sul mercato ittico 2025 realizzato da BMTI nell’ambito del Programma Nazionale FEAMPA 2021-2027. Il prodotto allevato rappresenta ormai circa il 46,4% dei volumi ittici acquistati dalle famiglie italiane e il 43,7% della spesa domestica considerata dal rapporto. Il pescato conserva quindi la quota maggiore del mercato, ma nel 2025 è stata l’acquacoltura a sostenere la crescita dei consumi.
Dal lato dell’offerta, tuttavia, l’ultimo dato disponibile descrive una dinamica opposta. Nel 2024 la produzione acquicola italiana è scesa a 98.051 tonnellate, il 24% in meno rispetto alle 129.746 tonnellate del 2023. Ancora più pronunciata è stata la contrazione in valore, passato da quasi 620 milioni a 385 milioni di euro, con una riduzione del 38%.
Nota: Consumi e produzione si riferiscono ad anni diversi e non costituiscono un bilancio diretto domanda-offerta.
La diminuzione non ha interessato allo stesso modo tutte le specie. La produzione di cozze è scesa da circa 57.000 a 44.000 tonnellate (-23%) e quella di trota iridea da circa 34.000 a 30.000 tonnellate (-11%).
Nella piscicoltura marina, invece, l’orata ha aumentato i volumi del 10%, mentre la spigola ha registrato una flessione più contenuta del 2%. La contrazione complessiva dell’acquacoltura italiana nasconde quindi dinamiche produttive molto differenti.
A questa divergenza tra domanda e produzione si aggiunge un sistema ittico fortemente dipendente dall’estero. Nel 2025 l’Italia ha importato 1,108 milioni di tonnellate di prodotti ittici, il 4,4% in più rispetto al 2024, per un valore superiore a 7,8 miliardi di euro.
Il deficit della bilancia commerciale ittica è così peggiorato da 6,4 a 6,7 miliardi di euro. L’Annuario non separa in questi dati complessivi la quota attribuibile ai prodotti di acquacoltura, per cui non è possibile ricondurre direttamente l’aumento dell’import alla minore produzione degli allevamenti italiani.
La fotografia suggerisce comunque una questione strategica per il settore. Il consumo domestico sta offrendo più spazio ai prodotti allevati proprio mentre la produzione acquicola nazionale attraversa una forte contrazione.
Recuperare capacità produttiva non significa soltanto aumentare i volumi: significa capire in quali specie l’Italia può trasformare la crescita della domanda in maggiore valore per gli allevamenti nazionali, evitando che le opportunità offerte dal mercato vengano intercettate prevalentemente da produzioni estere.


