La Giunta regionale della Sardegna ha dato il via libera preliminare al Piano per le Zone Allocate all’Acquacoltura (AZA), un traguardo pensato per favorire la crescita sostenibile del settore, snellire le procedure amministrative e attrarre nuovi investimenti. L’iniziativa punta inoltre a consolidare il ruolo dell’isola come modello di sviluppo dell’acquacoltura nel Mediterraneo.
Il Piano AZA è il risultato di una ricerca multidisciplinare di alto livello, elaborata dall’International Marine Centre (IMC) tramite Sardegna Ricerche, sotto la supervisione dell’Assessorato regionale dell’Agricoltura e della Pesca. Ha coinvolto competenze di scienziati nazionali e internazionali, inclusi esperti che collaborano con la FAO e con la Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (GFCM). Il piano è già stato presentato in ambito internazionale come quadro di riferimento per la pianificazione sostenibile dell’acquacoltura.
La proposta individua 94 aree di acquacoltura in tutta l’isola: 63 in mare, 26 in lagune costiere e 5 in laghi. Ogni sito è stato mappato e catalogato in dettaglio, fornendo agli operatori indicazioni trasparenti sull’idoneità delle aree. Uno dei benefici più concreti sarà la riduzione dei tempi di autorizzazione da 24 a soli 6 mesi, offrendo a imprenditori e investitori un percorso più chiaro e rapido per sviluppare i progetti.
Secondo l’assessore regionale all’Agricoltura Gian Franco Satta, il nuovo piano rappresenta “uno strumento strategico e lungimirante che rafforza il settore, apre nuove opportunità per gli operatori e rende la Sardegna più attrattiva per gli investitori”.
Il valore aggiunto del Piano
Sul carattere di unicità del Piano AZA sardo interviene Erika Porporato, specialista in AZA presso l’International Marine Centre. Secondo l’esperta, la Sardegna è al momento “l’unica regione italiana a condurre l’intero processo: dallo studio scientifico preliminare, alle valutazioni ambientali (VAS e VINCA), fino alla pianificazione formale con obiettivi di sviluppo e potenziamento della produzione. Si tratta di un approccio sistematico e istituzionalizzato, che coinvolge gli enti competenti e pone basi solide per il futuro”.
Porporato chiarisce che diverse regioni italiane hanno già attivato studi e progetti per la definizione di aree vocate all’acquacoltura, spesso in risposta a bandi FEAMP e in iniziative di pianificazione dello spazio marino. In Campania e Lazio sono stati realizzati studi di vocazionalità, con mappe e criteri, ma senza ancora un piano formale. In Toscana, Marche, Veneto e Friuli-Venezia Giulia alcune AZA marine sono già state istituite tramite deliberazioni regionali o gestioni amministrative, ma in quei casi le aree sono nate principalmente sulla base di usi pregressi e concessioni in essere, non da un percorso analitico approfondito.
I prossimi passi e la dimensione mediterranea
Per quanto riguarda il futuro, Porporato spiega che “dopo l’adozione preliminare il Piano AZA della Sardegna proseguirà con la fase di Valutazione Ambientale Strategica (VAS) e con la Valutazione di Incidenza (VINCA), necessaria perché alcune delle aree individuate ricadono all’interno della Rete Natura 2000. Si tratta di un passaggio previsto in questi processi, ma fondamentale per garantire la piena compatibilità con gli obiettivi di conservazione. Una volta conclusa questa fase, il Piano potrà essere approvato in via definitiva e diventare operativo come quadro di riferimento per il rilascio delle concessioni, la gestione degli impianti esistenti e la pianificazione di nuovi sviluppi”.
Guardando al Mediterraneo, l’esperta sottolinea che esperienze consolidate esistono già in Spagna, Grecia e Turchia, mentre un caso metodologicamente affine è quello dell’Albania, dove è stato sviluppato un piano di AZA partendo da un’analisi di vocazionalità approfondita.
“Credo che la Sardegna possa davvero configurarsi come un laboratorio mediterraneo di riferimento – afferma Porporato – non solo perché si tratta del primo piano regionale italiano derivante da uno studio scientifico strutturato e tradotto in un atto di pianificazione formale, ma anche perché, per la prima volta, le AZA non riguardano solo il mare bensì anche le acque interne, lagune e laghi, finora mai considerate in maniera organica nella pianificazione dell’acquacoltura. Questo approccio integrato rende l’esperienza sarda particolarmente innovativa e replicabile anche in altri contesti mediterranei”.
Infine, Porporato ricorda che “attualmente stiamo seguendo un progetto FEAMPA, diretto seguito del progetto AZA Sardegna, che ci consentirà sia di approfondire alcune tematiche strategiche per la valorizzazione dell’acquacoltura sostenibile, sia di monitorare gli effetti concreti del Piano attraverso una serie di indicatori. In questo modo sarà possibile effettuare eventuali aggiustamenti e garantire un processo di pianificazione realmente adattivo”.


