Le donne rappresentano soltanto il 22% degli occupati nella produzione acquicola dell’Unione europea. In Italia la rilevazione utilizzata dal rapporto europeo sulla parità di genere nella pesca e nell’acquacoltura collocava la componente femminile intorno al 9% dell’occupazione del settore. Il dato si riferisce al 2017 e non può essere considerato una fotografia aggiornata al 2026, ma consente di individuare alcune caratteristiche strutturali ancora rilevanti.
Una delle principali debolezze riguarda la limitata presenza femminile nelle attività direttamente connesse all’allevamento. La partecipazione delle donne risulta particolarmente ridotta nelle operazioni produttive, negli impianti di piscicoltura e nei sistemi marini in gabbia, che costituiscono una componente strategica dell’acquacoltura mediterranea italiana.
Aumenta invece nelle funzioni intermedie legate all’amministrazione, al marketing, all’etichettatura e alla gestione delle certificazioni di qualità, biologiche e ambientali, competenze sempre più importanti per la tracciabilità, la sostenibilità e l’accesso ai mercati.
Tra i punti di forza, lo studio segnala l’esperienza di cooperative femminili impegnate nell’allevamento di molluschi, soprattutto mitili, nelle regioni dell’Adriatico centro-settentrionale.
Queste realtà mostrano come la molluschicoltura possa favorire imprenditorialità, organizzazione collettiva e radicamento professionale delle donne nelle comunità costiere.
Rimane, tuttavia, una forte segmentazione delle mansioni: le lavoratrici possono assumere responsabilità nella documentazione, nella qualità e nella commercializzazione senza raggiungere una presenza equivalente nella gestione produttiva, nella proprietà delle aziende o nei livelli decisionali più elevati.
| Segmento della filiera | Presenza femminile |
|---|---|
| Produzione acquicola nell’UE | 22% |
| Trasformazione dei prodotti ittici nell’UE | 56,2% |
| Produzione acquicola in Italia* | Circa 9% |
* Il dato italiano si riferisce al 2017 e non rappresenta una fotografia aggiornata del settore nel 2026.
La modernizzazione dell’acquacoltura potrebbe ampliare le opportunità professionali. Automazione, monitoraggio digitale, sistemi a ricircolo, biotecnologie, salute animale e gestione ambientale richiedono competenze tecniche avanzate e possono ridurre alcune barriere tradizionalmente associate al lavoro negli allevamenti.
La trasformazione tecnologica, però, non produce automaticamente maggiore parità: servono percorsi formativi accessibili, politiche di inserimento, strumenti di conciliazione e criteri di promozione capaci di valorizzare le competenze femminili anche nei ruoli operativi e dirigenziali.
Il confronto con la trasformazione ittica evidenzia chiaramente il divario. A livello europeo, le donne rappresentano il 56,2% degli occupati nell’industria di trasformazione, ma appena il 22% nella produzione acquicola.
La filiera riesce quindi ad attrarre occupazione femminile, ma continua a distribuirla in modo poco equilibrato tra allevamento, gestione e lavorazione dei prodotti.
Per l’acquacoltura italiana, la sfida non consiste soltanto nell’aumentare il numero complessivo delle lavoratrici. Sarà altrettanto importante estendere la loro partecipazione negli allevamenti, nell’imprenditoria, nella direzione aziendale e nelle attività tecnologiche che determineranno la competitività futura del settore.
I dati disponibili indicano inoltre la necessità di statistiche nazionali più recenti e dettagliate, capaci di mostrare se l’evoluzione dell’acquacoltura italiana stia modificando questa distribuzione professionale.

