I mangimi a base di insetti, spesso indicati come una leva strategica per rendere l’acquacoltura più sostenibile e circolare, faticano ancora a uscire dalla fase sperimentale negli allevamenti europei. Lo evidenzia un recente studio condotto da ricercatori dell’Università di Bologna su allevatori di trote in Italia, secondo il quale, pur in presenza di un’elevata conoscenza della tecnologia e di un diffuso riconoscimento dei benefici ambientali, molti produttori mantengono un atteggiamento prudente.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Agricultural and Food Economics, si concentra sull’impiego della farina di insetti ottenuta dalla mosca soldato nera (Hermetia illucens) nell’alimentazione delle trote. Attraverso un modello di analisi innovativo, lo studio non si limita a valutare la scelta di adottare questo mangime, ma approfondisce anche le fasi successive, analizzando cosa accade dopo l’introduzione in azienda, un aspetto spesso trascurato nel dibattito sulla sostenibilità.
Tutti gli allevatori coinvolti nello studio dichiarano di conoscere l’esistenza dei mangimi a base di insetti e quasi l’80% afferma che sarebbe disposto a utilizzarli. Tuttavia, solo il 14% li ha adottati stabilmente, mentre il 25% li ha testati in via sperimentale. Oltre il 60% non li ha mai introdotti.
Un dato particolarmente rilevante è che la sperimentazione non garantisce la continuità: alcuni allevatori che avevano provato la farina di insetti hanno poi deciso di abbandonarla, citando l’elevato costo dei mangimi e la mancanza di un ritorno economico adeguato. A ciò si aggiunge un ostacolo esterno cruciale: la scarsa disponibilità dei consumatori a pagare di più per pesce allevato con mangimi a base di insetti.
La maggior parte degli allevatori riconosce i vantaggi ambientali della farina di insetti, come la riduzione della dipendenza dalla farina di pesce e una maggiore coerenza con i principi dell’economia circolare. Al contrario, i benefici economici e sociali risultano meno evidenti.
Oltre l’80% degli intervistati ritiene che i mangimi a base di insetti siano più costosi rispetto a quelli convenzionali e molti dubitano che tali costi possano essere compensati nelle attuali condizioni di mercato. Anche tra chi ha adottato questa soluzione, le opinioni sono divise sull’effettivo equilibrio tra costi e benefici.
Yari Vecchio, autore principale dello studio, ritiene che uno degli aspetti più interessanti emersi dall’indagine sia il fatto che "gli allevatori non percepiscono la farina di insetti come un’innovazione radicale. Considerano che la sua introduzione richieda modifiche minime alle pratiche di alimentazione e all’organizzazione aziendale, rendendola tecnicamente accessibile anche alle piccole e medie imprese".
"La tecnica è pronta, la sostenibilità è evidente, ma l’economia è fragile. Oggi la dimensione economica dei mangimi a base di insetti è talmente instabile da trasformare una rivoluzione annunciata in un’occasione sprecata. Non possiamo permetterci che la sostenibilità resti un lusso sperimentale: serve coerenza tra ambizioni ambientali e redditività reale", sottolinea Vecchio.
Questa distanza tra il racconto della sostenibilità e la reale sostenibilità economica non riguarda solo il livello aziendale degli allevamenti.
La vera sfida è passare dalla sostenibilità teorica alla redditività reale
La recente caduta di Ÿnsect, uno dei progetti più ambiziosi nel settore delle proteine da insetti in Europa, ha riportato l’attenzione sulle difficoltà strutturali di questo comparto. Nonostante un sostegno finanziario senza precedenti e una narrazione fortemente allineata alle politiche climatiche dell’Unione Europea, l’azienda non è riuscita a consolidare un modelo económicamente sostenible in un mercato estretamente sensibile al prezzo.
Il caso Ÿnsect dimostra che né il volume degli investimenti né il solo valore ambientale sono sufficienti a garantire il successo, se la sostenibilità economica non trova un riscontro concreto nella filiera.
Fernando Sanz, Commercial Director Skretting Spain sottolinea a misPeces che “il vero punto critico resta la capacità di industrializzare questi progetti. Molte iniziative non risultano competitive sul piano dei costi e, senza un cambio di modello, rischiano di non reggere quando verranno meno i sussidi”. Il problema di fondo, spiega l’esperto, “è lo squilibrio tra investimenti, costi di produzione e mercato”. Nel settore dei mangimi, aggiunge, “la sostenibilità da sola non genera mangimi sufficienti a sostenere processi industriali così onerosi”.
I risultati mettono in luce una crescente distanza tra le ambizioni europee in materia di sostenibilità e la realtà operativa degli allevamenti. Sebbene i mangimi a base di insetti siano perfettamente in linea con il Green Deal europeo e con il Piano d’azione per l’economia circolare, gli allevatori continuano a percepire un supporto istituzionale insufficiente e segnali di mercato poco chiari.
Secondo gli autori, un migliore monitoraggio delle fasi post-adozione, incentivi mirati e una comunicazione più efficace verso i consumatori sui benefici ambientali potrebbero favorire una diffusione più ampia.
Lo studio lancia un messaggio chiaro a decisori politici, produttori di mangimi e operatori del settore: testare un’innovazione sostenibile non equivale ad adottarla. Senza una reale sostenibilità economica e un coinvolgimento del mercato, anche le soluzioni più promettenti rischiano di restare di nicchia.
Perché la farina di insetti diventi un ingrediente realmente diffuso nei mangimi per acquacoltura, la transizione dovrà andare oltre l’allevamento, coinvolgendo politiche, filiere e consumatori.


