La crescita dell’acquacoltura marina mediterranea richiede strumenti più completi per valutare non solo l’impronta ambientale della produzione, ma anche gli effetti locali su biodiversità, habitat e servizi ecosistemici. È quanto evidenzia una revisione pubblicata sull’International Journal of Environmental Science and Technology da ricercatori dell’Università di Foggia, del CNR-IRSA di Bari, dell’Università del Molise e dell’Università di Foggia.
Il lavoro analizza come il Life Cycle Assessment (LCA) e l’Ecosystem Services Assessment (ESA) siano stati applicati all’acquacoltura mediterranea di specie ittiche marine, con particolare attenzione a spigola europea (Dicentrarchus labrax) e orata (Sparus aurata).
Secondo gli autori, i due approcci sono ancora utilizzati spesso in modo separato: il LCA misura bene emissioni, uso di risorse, energia, mangimi ed eutrofizzazione, mentre l’ESA permette di valutare meglio le funzioni ecologiche, i servizi forniti dagli ecosistemi e gli effetti sulla biodiversità.
La revisione sottolinea che la produzione di mangimi resta uno dei principali “hotspot” ambientali dell’acquacoltura mediterranea. In studi precedenti sulla produzione di orata in gabbie offshore, il mangime ha rappresentato il 48% dell’impatto ambientale complessivo, seguito dal consumo di carburante delle imbarcazioni aziendali, dagli scarichi di azoto e fosforo e dalle infrastrutture.
Il progetto MedAID, su 27 allevamenti mediterranei, ha inoltre indicato che il consumo di mangime spiega circa il 50% dell’impatto sul cambiamento climatico e che l’eutrofizzazione marina cresce quasi linearmente con l’uso di mangime.
Tuttavia, gli autori avvertono che gli strumenti LCA convenzionali faticano a rappresentare impatti molto localizzati, come alterazioni bentoniche, perdita di habitat, interazioni con popolazioni selvatiche, fughe di pesci allevati, effetti genetici o cambiamenti nei servizi ecosistemici. Per questo la sola impronta di carbonio o il solo dato di eutrofizzazione non bastano a descrivere la sostenibilità reale di un impianto in un ecosistema oligotrofico e sensibile come il Mediterraneo.
Un passaggio rilevante riguarda l’Italia
La revisione cita l’esperienza SNPA/ISPRA sugli indicatori di bilancio di azoto e fosforo nelle acque costiere interessate dall’acquacoltura. In alcune regioni, tra cui Veneto, Emilia-Romagna, Abruzzo, Molise e Marche, i bilanci regionali indicano che la mitilicoltura può rimuovere più nutrienti di quelli prodotti dagli allevamenti ittici, rafforzando il ruolo dei molluschi nella mitigazione dell’eutrofizzazione e nella valutazione della capacità di carico delle aree vocate all’acquacoltura.
Gli autori propongono quindi di integrare LCA ed ESA attraverso valutazioni parallele o incorporando i servizi ecosistemici direttamente nelle categorie di impatto del ciclo di vita.
Questo approccio permetterebbe di considerare insieme impronta ambientale, rimozione di nutrienti, qualità degli habitat, servizi culturali, capacità di carico e benefici potenziali di sistemi come IMTA, acquacoltura restaurativa, offshore o tecnologie di precisione.
Gli autori sottolineano che per valutare davvero un allevamento di orata o spigola non basta misurare emissioni e consumo di risorse; occorre considerare anche capacità di carico dell’area, impatti locali sulla biodiversità, servizi ecosistemici eventualmente generati o compromessi e relazione con il territorio.


