Nell’acquacoltura marina europea produrre di più non significa necessariamente essere più competitivi. Un nuovo studio pubblicato su Marine Policy propone una lettura più economica e meno quantitativa del settore: non basta misurare le tonnellate prodotte, bisogna capire quanto valore viene generato, con quali margini, con quale produttività e con quale equilibrio tra costi, lavoro e struttura aziendale.
Il lavoro, firmato da Paolo Pariso e Alfonso Marino, dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, insieme a Maria Cozzolino, di NISEA, analizza le performance economiche dell’acquacoltura marina di pesci in dieci Stati membri dell’Unione Europea nel periodo 2017-2022: Croazia, Danimarca, Finlandia, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Portogallo, Slovenia e Spagna.
Lo studio utilizza dati armonizzati del Comitato Scientifico, Tecnico ed Economico per la Pesca della Commissione Europea, STECF, in particolare quelli del rapporto STECF 24-14.
Questo consente di confrontare i Paesi su una base comune, incrociando indicatori di redditività, efficienza operativa e sostenibilità economica interna, intesa come equilibrio tra valore aggiunto, costi, remunerazione del lavoro e struttura produttiva.
La principale conclusione è che la dimensione produttiva non basta a spiegare la competitività. Alcuni Paesi con volumi rilevanti possono mostrare vulnerabilità nei margini, nell’efficienza o nella struttura dei costi, mentre sistemi più piccoli possono presentare risultati relativamente solidi in termini di produttività o redditività.
La competitività dell’acquacoltura europea non si misura solo in tonnellate, ma nella capacità di trasformare la produzione in margine, produttività e valore economico duraturo.
Gli autori raggruppano i Paesi attraverso un’analisi di cluster, ma questi gruppi non devono essere letti come una classifica tra Paesi migliori e peggiori.
“Il rischio reale è adottare politiche sbagliate”, spiega a misPeces Maria Cozzolino, coautrice dello studio. “Ogni cluster rappresenta una diversa configurazione economica, con punti di forza e debolezze propri. L’obiettivo non è identificare vincitori e perdenti, ma mostrare che condizioni strutturali differenti richiedono risposte politiche differenti”.
Il primo gruppo riunisce Grecia, Croazia, Spagna e Portogallo. Questa configurazione non implica che i quattro Paesi presentino lo stesso rendimento. Spagna e Portogallo, ad esempio, mostrano segnali positivi in diversi indicatori di redditività, ma l’analisi multidimensionale evidenzia anche vulnerabilità nell’efficienza e nell’equilibrio interno dei costi.
La lettura corretta, quindi, è che una buona redditività non garantisce automaticamente una struttura economica complessivamente solida. Per Spagna e Portogallo, la sfida sarà preservare i margini migliorando l’organizzazione produttiva, l’uso dei fattori e la resilienza della struttura dei costi.
La Grecia mostra invece una maggiore pressione in diversi indicatori economici. Il dato è particolarmente rilevante per l’Italia, perché riguarda uno dei principali concorrenti mediterranei nell’allevamento di orata e spigola. Anche in questo caso, tuttavia, il risultato va interpretato come un profilo strutturale relativo, non come un giudizio negativo sul settore greco.
La Slovenia emerge come una configurazione autonoma e intermedia. Combina alcuni segnali positivi in termini di redditività con risultati più deboli nell’efficienza operativa e nella sostenibilità economica interna. Gli autori raccomandano cautela nell’interpretazione, anche per la dimensione limitata del campione.
Il terzo gruppo comprende Danimarca, Finlandia, Irlanda, Italia e Malta. Al suo interno emergono profili relativamente più forti in alcuni indicatori di produttività e struttura economica, pur con differenze significative tra i Paesi.
Maria Cozzolino, coautrice
Per l’Italia, lo studio evidenzia una buona posizione relativa nella produttività del lavoro e nell’efficienza operativa. Secondo Cozzolino, questi risultati indicano “una capacità efficace di generare valore a partire dai fattori produttivi”, ma devono essere letti con cautela, perché possono essere influenzati dall’organizzazione del lavoro e dall’incidenza dell’occupazione stagionale o part-time.
L’Italia presenta quindi un punto di forza importante, ma non un quadro economico privo di criticità. Alcuni indicatori della sostenibilità economica interna risultano più moderati e il rapporto tra costo del lavoro e valore generato non è il migliore in assoluto.
Per le imprese italiane, la priorità sarà mantenere elevata la produttività aumentando allo stesso tempo il valore aggiunto. La competitività di lungo periodo dipenderà sempre meno dal produrre semplicemente di più e sempre più dalla capacità di generare maggiore valore attraverso qualità, organizzazione, posizionamento commerciale e miglior utilizzo del capitale.
Malta mostra segnali comparativamente solidi in termini di redditività, confermando che una scala produttiva ridotta non implica automaticamente una minore competitività. Tuttavia, anche in questo caso, buoni risultati in redditività o produttività non significano necessariamente un equilibrio ottimale tra costi, salari e valore aggiunto.
Per l’acquacoltura italiana, la domanda strategica non è soltanto quanto produrre, ma come mantenere produttività, margini e valore aggiunto in un contesto mediterraneo caratterizzato da concorrenza crescente, costi elevati e maggiori esigenze ambientali e regolatorie.
“La politica giusta non è la stessa per tutti, ma quella adatta a ciascun sistema produttivo”, sottolinea Cozzolino.
“Non esiste una soluzione unica per l’acquacoltura europea: la diversità non è un problema da eliminare, ma una realtà da governare”.
Ciò significa sostenere innovazione, qualificazione del lavoro e creazione di valore nei sistemi più efficienti, mentre quelli con maggiori vulnerabilità richiedono interventi mirati su costi, produttività, accesso al capitale e modernizzazione degli asset produttivi.
Il valore dello studio non è quindi indicare chi vince e chi perde, ma offrire uno strumento di benchmarking economico per comprendere perché sistemi nazionali che operano nello stesso mercato europeo possano mostrare risultati molto diversi.

